Raccontando il Servizio Civile: Le storie di Aurora, Lucia, Tommaso, Annalisa e Filippo

In occasione della promozione del bando di Servizio Civile Universale di quest’anno, abbiamo pensato di proporvi un ciclo di testimonianze dellə nostrə volontariə direttamente dal campo, per aiutare potenziali candidatə a capire meglio questa esperienza tramite le parole di chi la sta vivendo in prima persona.
Siamo alla ricerca di 63 volontariə civilistə!
Puoi trovare tutte le schede dei progetti di ASPEm in questa pagina e scaricare qui il bando di quest’anno
Puoi candidarti su domandaonline.serviziocivile.it entro le 14.00 del 27/02/2025.
—
Le interviste sono condotte da Fabio, tirocinante presso la nostra sede a Cantù, che ringraziamo per la passione e l’impegno che sta mettendo in questo progetto. Oggi si raccontano a noi Aurora, Lucia, Tommaso, Annalisa e Filippo, in servizio a Cochabamba (Bolivia) e Totonicapán (Guatemala)!
Ciao, come vi presentereste a chi ci legge? Perché avete scelto il progetto di Servizio Civile Universale?
Aurora: Ho 25 anni, ho studiato Cooperazione internazionale e ho scelto il progetto di Servizio Civile come esperienza lavorativa dopo che ero già stata qui in Bolivia con ASPEm.
Lucia: Ho 29 anni, ho studiato ingegneria gestionale in triennale e magistrale e seguito un successivo corso di counseling sistemico pluralista. Ho scelto questo progetto di Servizio Civile Universale perché ho sempre lavorato in contesti non sociali e mi sembrava un’esperienza che da questo punto di vista potesse darmi qualcosa di più.
Tommaso: Ho 28 anni, sono laureato in ingegneria ambientale e desideravo fare un’esperienza di cooperazione internazionale per mettere capire meglio questo settore e mettere in pratica le mie competenze.
Annalisa: Ho scelto il progetto di Servizio Civile Universale per provare un’esperienza nel campo della cooperazione e vivere un’avventura che mi facesse crescere sia professionalmente che personalmente.
Filippo: Ho scelto il progetto di Servizio Civile Universale per trasformare la teoria in pratica, fare esperienza sul campo e mettere alla prova ciò che fino a pochi mesi fa era solo sui libri.
Raccontateci il posto in cui vivete, com’è stato l’impatto e come vi trovate oggi!
Aurora: Nonostante fossi già stata qui, l’accoglienza boliviana riesce sempre a sorprendermi! La curiosità e l’apertura delle persone verso il nostro mondo e le nostre storie sono incredibili. Inoltre, il contrasto tra la vivacità della città e la genuinità delle realtà rurali rivela diverse sfumature affascinanti della Bolivia.
Lucia: Ero già stata un mesetto in Bolivia nel 2022 e già avevo sperimentato questo contesto; sicuramente Cochabamba non è paragonabile a una città europea, ma ci sono tutte le condizioni per vivere bene. Ho fatto fatica ad adattarmi ai tempi boliviani, che a volte sono tarati proprio su ritmi diversi. Io vengo da un paesino di provincia e la città qui offre tanti corsi e tanti sport diversi dal contesto in cui vivevo prima.
Tommaso: Non ero mai stato in America Latina e, prima di partire, ero un po’ preoccupato. Mi aspettavo un impatto culturale molto forte, invece l’adattamento è stato più semplice del previsto. Quello che mi ha davvero colpito sono gli spazi immensi e sconfinati: viaggi per chilometri e chilometri senza incontrare anima viva, fino a quando all’improvviso compare una comunità.
Annalisa: Il primo impatto è stato un vero viaggio di scoperta, fatto di adattamento, attesa, pazienza e tanto ascolto. L’associazione con cui lavoriamo è del territorio e segue ritmi e modalità locali a cui bisogna abituarsi. Mi ha sorpreso, e non me l’aspettavo, quanto una comunità rurale possa essere così densamente popolata e segnata dall’inquinamento. ma questo ti sprona ancora di più a fare qualcosa di concreto!
Filippo: All’inizio, l’impatto è stato stranamente normale, quasi surreale… mi aspettavo un cambiamento radicale che nel primo periodo non ho vissuto. Poi, però, con il passare del tempo, sono emerse le difficoltà: adattarsi ai ritmi locali, gestire i momenti morti, le attese interminabili e le incomprensioni culturali. Nonostante tutto però, a livello lavorativo mi sono sempre sentito soddisfatto. Quello che mi ha davvero colpito è stato l’inquinamento soffocante: un sacco di plastica, aria pesante, fiumi che scorrono carichi di rifiuti… è un contrasto incredibile, soprattutto in un luogo in cui comunque è presente una straordinaria biodiversità. Altra cosa che mi ha colpito è la paradossale onnipresenza degli Stati Uniti come orizzonte culturale: magari vai al mercato a prendere le cipolle, vedono che sei biancə e ti chiedono se da te le cipolle esistono, sottintendendo da te negli USA, e quando gli fai presente che sei italianə ti chiedono quanto dista l’Italia dal Kansas.
Cosa sentite di star imparando dalla nuova cultura?
Aurora: A prendere le cose con più calma. All’inizio è stato davvero difficile: capitava che magari ci fosse una riunione alle 10, ti avevano detto che “avrai il tuo spazio per parlare tra le 10.15 e le 10.30” ma poi finisce che parli alle 11.30… io soffrivo tantissimo queste attese infinite. È un cambiamento drastico rispetto alla frenesia a cui siamo abituatə da noi, dove tutto corre a un ritmo serrato. Sto imparando a non stressarmi se per un’ora non ho niente da fare. Anzi, sto scoprendo il valore di quei momenti vuoti, che alla fine ti insegnano la pazienza e un diverso modo di vivere il tempo.
Lucia: Anche io sento che la questione della gestione dei ritmi di vita mi sta dando tanto: è affascinante scoprire che esistono modi completamente diversi di fare le cose, non solo nei tempi ma anche negli approcci. All’inizio tutto questo mi destabilizzava, ma sto imparando a sviluppare una tolleranza diversa verso gli imprevisti.
Tommaso: Condivido, anche io direi che sto imparando ad aspettare e a preoccuparmi di meno. Sto capendo che se c’è un problema, molto probabilmente c’è anche una soluzione.
Annalisa: Io sto conoscendo diverse parti di me e facendo molta autoformazione. Essendo ingegnera e le persone si aspettano molte competenze pratiche. Ci hanno chiesto ad esempio di progettare un impianto di trattamento delle acque residuali… sono cose che ho studiato ma non ho mai applicato prima, quindi sto sperimentando tanto.
Filippo: Sto imparando a capire cosa voglio fare nella vita. Nel senso che ho sempre tenuto un piede in due scarpe tra al’agroecologia e l’antropologia e sto scoprendo che la parte di agricoltura mi sta piacendo molto. A lavoro sono entusiasta dei progetti che stiamo portando avanti e che possono dare risultati diretti e concreti. Banalmente, dare da mangiare a persone che ne hanno poco. Tutto condito con tante attese, tanti malintesi, tanti non detti che sono proprio una cifra sociale e culturale molto forte qui, ma te ne fai una ragione.
Come vedete il rapporto tra voi internazionali e le comunità locali?
Aurora: Secondo me il rapporto che si crea con la comunità locale dipende molto da come il progetto lavora con quest’ultima. Nei progetti che appoggiamo le persone beneficiarie sono protagoniste, partecipano attivamente alle decisioni relative a come fare le cose e a che impronta dare al progetto; questo permette la creazione di rapporti positivi, e noi stiamo molto attentə a non presentarci come “lə biancə che arriva e ti dice come fare le cose. Lə volontariə precedenti sono statə bravə a creare una base in questo, noi oggi ne raccogliamo i frutti. Mi è successo di ricevere commenti in contesti esterni all’ambiente lavorativo, tipo “sei una gringa” o “non appartieni a questo posto”… ma credo sia normale che capiti di incontrare persone più o meno predisposte al dialogo e al confronto.
Lucia: Personalmente ho esperienze contrastanti e non ho un’idea fissa. Nelle comunità mi sono sentita sicuramente accolta, nel senso che ho sempre percepito la curiosità di conoscersi meglio a livello culturale. Mi viene in mente, per esempio, quando ho fatto una spedizione al tropico di Cochabamba e quando siamo andate in alcune comunità a consegnare piantine: c’era molta voglia di farci sedere, parlare, raccontare e capire da dove venissimo e cosa stessimo facendo. Ho però percepito anche differenze di comportamento in base al genere, soprattutto all’interno delle comunità; spesso le donne si relazionano in maniera diversa in base alla presenza degli uomini; tendenzialmente quando non ci sono, risultano molto più propositive, disposte ad aprirsi e instaurare una relazione. Al di fuori del contesto lavorativo, anche a me a volte è capitato di percepire ostilità, ma sono situazioni sporadiche e penso che potrebbero capitare ovunque.
Tommaso: In questi mesi ho lavorato con Lucia e mi ritrovo in tutte le sue riflessioni, specialmente su quelle riferite alle comunità con cui lavora il progetto SANAPI, che ha creato un bel gruppo e ottimi legami; le persone sono aperte, disposte al dialogo e curiose di venire a conoscerci. In altri contesti invece c’è più chiusura, percepisci diffidenza e anche se le persone parlano in una lingua locale, si capisce che stanno parlando di te. In quei casi personalmente cerco sempre di trovare una strategia per guadagnare un po’ di fiducia; a volte è più facile, altre volte meno.
Annalisa: Nella mia esperienza, spesso sono stata percepita e presentata come una professionista, ad esempio in situazioni in cui si diceva: ‘Se avete bisogno di queste cose, chiedete a lei che vi aiuterà’. Questo, se da un lato è gratificante, dall’altro ha reso talvolta complesso far comprendere che siamo volontariə e non professionistə completamente formatə e con esperienza nel settore.
Filippo: Io, tra noi, sono quello che è uscito di meno nelle comunità. Diciamo che in generale, spesso mi sono trovato a essere scambiato per “gringo” e a dover superare quell’orizzonte di influenza statunitense che menzionavo prima.
Di cosa vi occupate nello specifico? Qual è una grande sfida lavorativa che state affrontando?
Aurora: Io passo molto tempo in ufficio e mi occupo di amministrazione: quindi pratiche, fogli e cose a volte un po’ noiose, ma supporto anche l’area di progettazione. Una sfida che ho sicuramente percepito è che quest’anno ci sono tante persone volontarie, quindi a volte è difficile coordinarsi tuttə e riuscire ad esprimere appieno le nostre capacità. In ogni caso, da quando sono arrivata mi sento in costante formazione e sento di stare mettendo in campo quello che ho imparato in università.
Tommaso: Metto subito sul tavolo che in questi primi mesi non ho avuto un’esperienza molto strutturata… quando siamo arrivati ognuno di noi ha iniziato a lavorare con i propri partner locali di riferimento. Nel mio caso, l’ente con cui collaboro non aveva mai ospitato volontari, quindi abbiamo dovuto prendere le misure su come organizzare il nostro servizio. Attendevo attività da loro e contemporaneamente mi sono inserito in attività di altre realtà che avevano bisogno di supporto.
Annalisa: Per quanto mi riguarda, è stato chiesto di disegnare progetti di impianti di trattamento rifiuti o trattamento delle acque. Come sfida direi il sapermi orientare nel momento in cui viene chiesto di essere una professionista, e al contempo capire quali sono le mie passioni e competenze per poterle incanalare al meglio verso le comunità.
Filippo: Inizialmente, mi sono occupato della raccolta dati e della realizzazione di interviste alle persone beneficiarie per strutturare un erbario con le piante utilizzate localmente a scopo medicinale. Parallelamente, insieme ad altrə ragazzə, ho realizzato un cumulo di coltivazione, una tecnica di permacultura che migliora il suolo senza l’impiego di tecnologia. Questo progetto pilota, avviato nell’orto sperimentale dell’associazione, ha dato risultati immediati, tanto che ora stiamo valutando di replicarlo con altre colture, con l’auspicio di diffonderlo anche nelle comunità. Attualmente, sto organizzando corsi di agroecologia e permacultura che terrò nei prossimi mesi. Ho la libertà di gestire questa parte come meglio credo e il tempo per riordinare le idee, il che mi permette di spaziare tra le mie competenze in antropologia culturale, linguistica e agroecologia. Questo approccio mi dà la possibilità di sperimentare, proporre e immergermi nelle attività che più mi appassionano. Avere un orto sperimentale ci offre la possibilità di dire: ‘Ok, proviamo questo progetto pilota. Nel peggiore dei casi, non cresceranno le carote’. Se ciò accade, possiamo analizzare il perché e chiederci: ‘Cosa possiamo fare diversamente per farle crescere?’ e riprovare. La vera sfida è riuscire a mantenere questo ritmo di sperimentazione e apprendimento continuo!
Come trascorrete il vostro tempo libero? A quali interessi avete dato spazio? Cosa consigliereste a chi sta partendo?
Aurora: Io sono molto contenta della mia vita al di fuori del lavoro; Cochabamba è molto stimolante e ci sono davvero molte cose da fare. Mi piace giocare a calcio; lo praticavo in Italia e lo pratico anche qua. Rappresenta la mia valvola di sfogo perché anche quando le cose vanno male so che poi vado al campo a sfogarmi. Poi è anche un modo per tessere relazioni e conoscere persone del posto che magari hanno la tua stessa età. A chi sta partendo consiglio sicuramente di mettersi all’ascolto. Siamo tutti formati per questo percorso ma quello che bisogna fare è tenere a mente che si arriva in un contesto nuovo e serve prendersi del tempo per esplorare la realtà e prendere contatto con la gente.
Lucia: La cosa che qua mi ha dato un sacco di energia è stata proprio la vita fuori dal contesto lavorativo. Nel senso che in Italia avevo il mio sport, la pallavolo, e qua ho trovato subito dei post dove allenarmi; per due mesi sono stata con una squadra, poi con un’altra per inserirmi nel campionato locale. Da qualche mese sto facendo un corso di ceramica e vorrei provare anche tessuti aerei. Il mio consiglio è semplicemente di buttarsi in quest’esperienza perché semplicemente ne vale la pena. Poi rimanere flessibili, perché tante cose andranno diversamente da come ci si aspetta, ma arrivare in un contesto nuovo e vivere tutto questo è davvero un’esperienza entusiasmante.
Tommaso: Io ho una grande passione che è la montagna e qua faccio un po’ fatica ad organizzare passeggiate, però in compenso ho trovato una piccola palestra sotto casa e mi sono inserito bene in un gruppo di ragazzi appassionati. Il mio consiglio è di cercare di farsi amicizie con persone locali e cercare di non rimanere solo tra i volontari del Servizio Civile.
Annalisa: Allora, c’è da tener presente che qui siamo in una realtà rurale, che è tendenzialmente più chiusa e dove è più complicato trovare coetanei con cui uscire, perché magari hanno già una famiglia e dei figli, e quindi altre priorità. A livello di attività fisica qui c’è solo un centro polisportivo ma con campionati già attivi e contesti in cui risulta difficile inserirsi. Abbiamo sperimentato zumba e yoga con altre volontarie che alloggiano in strutture più grandi che ci permettono di ritrovarci tutte insieme. Al momento sfrutto i miei weekend per imparare a tessere sciarpe in una associazione di donne a Chichicastenango. Per chi verrà a Totonicapan il mio consiglio è di portare indumenti pesanti! Qui siamo a 3000 metri e fa un po’ freschino…
Filippo: Personalmente mi risulta difficile parlare di tempo libero perché sono sempre in ballo con qualcosa. Qui alla fine è un paesotto provinciale di 100.000 abitanti e non si capisce bene quanto sia urbano e quanto sia rurale. Il tempo libero mi piace passarlo a leggere e rilassarmi con una tisana o un vinello. Però anche su questo è un po’ complicato perché siamo in centro, i clacson iniziano a suonare alle 7.30 e finiscono alle 21.30, la musica per strada è costante perché i negozi fanno promozione con le casse rivolte alle strade, è una discoteca a cielo aperto. All’inizio questo mi è pesato molto, ma è un fattore culturale e va visto come tale. I miei consigli sono di ascoltare ma saper dire di no, mettere paletti sui propri spazi… e destrutturare le aspettative sui progetti scritti sul bando, perché potrebbero venir aggiornati per via dei contesti dinamici e in continuo sviluppo.
Grazie Aurora, Lucia, Tommaso, Annalisa e Filippo per le vostre testimonianze davvero importanti!
Grazie a te Fabio e un grosso in bocca al lupo allə futurə civilistə!
—
Per informazioni aggiuntive scrivici, a serviziocivile@aspem.org, o visita i siti:
www.focsiv.it
www.politichegiovanili.gov.it

