Leggere la complessità di un mondo a pezzi
di Alfredo Somoza
Le statistiche sull’aumento delle violazioni dei diritti umani e sullo stato della democrazia nel mondo sono molto chiare: negli ultimi sei anni è aumentato del 70% il numero dei Paesi a “rischio estremo”. Dalla Siria al Sudan, dal Congo al Pakistan, dalla Somalia al Myanmar. Ma anche Yemen, Libia, Mali, Egitto, Iraq e Iran. In totale sono 150 i Paesi dove, in qualche modo, sono a rischio, o calpestati, i diritti delle persone. Come leggere questo dato? Nel contesto della lunga transizione dalla fine della Guerra Fredda verso un nuovo ordine globale che ancora non è stato definito e che dovrebbe portare a un dualismo tra Cina e Stati Uniti, che però sono ancora impegnati a costruire, o recuperare, una propria egemonia.
Ci sono filoni specifici di violazione dei diritti: quelli politici e di opinione, tipici dei regimi totalitari; quelli di genere, presenti ad esempio in diversi Paesi del mondo musulmano; quelli dei popoli, quando viene negato il diritto all’esistenza in quanto nazione, come in Palestina o nel caso dei curdi. Oltre al lungo elenco delle violazioni dei diritti umani, sociali, ambientali e di genere, abbiamo anche la presenza devastante della guerra, come non capitava da molto tempo.
Quello più violento è uno dei conflitti meno seguiti dall’informazione: il conflitto sudanese. Iniziato nel 2023 come lotta intestina tra due fazioni, ha provocato oltre 100.000 vittime e la cifra record di 11 milioni di sfollati. Un altro Paese con numeri agghiaccianti per quanto riguarda la popolazione in fuga non è però in guerra. Il Venezuela, in crisi economica e politica da almeno dieci anni, ha perso quasi un quarto della propria popolazione, emigrata alla ricerca di migliori condizioni di vita. Facendo le dovute proporzioni, è come se dall’Italia fossero emigrati 15 milioni di persone negli ultimi otto anni. Oggi il Venezuela, terra di accoglienza per centinaia di migliaia di italiani in passato, potrebbe essere lo scenario di un conflitto armato con gli Stati Uniti, che da due mesi attuano un blocco illegale dei mari e dei cieli venezuelani. La risposta del regime di Caracas è stata quella di arrestare senza accuse, o meglio “sequestrare”, alcuni cittadini stranieri come il nostro connazionale, il cooperante Alberto Trentini, per tentare di usarli come moneta di scambio.
Poi c’è il conflitto russo-ucraino, che secondo fonti autorevoli è costato finora la vita a 400.000 soldati e a 50.000 civili: una macelleria che ci riporta alle guerre del Novecento. Una guerra di trincea all’antica, ma resa drammaticamente moderna dai droni militari. Con esecuzioni sommarie, soldati mandati al macello, uso di mercenari e poi tanta propaganda per giustificare l’ingiustificabile: l’invasione militare di un paese sovrano. Infine, l’ultima fase del conflitto di Gaza, iniziato dopo il sanguinoso raid di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023, che ha fatto circa 220.000 vittime, in stragrande maggioranza civili. È considerato da studiosi del genocidio come una modalità di sterminio di un popolo privato delle condizioni più elementari per poter vivere e sottoposto per mesi e mesi al continuo martellamento delle artiglierie.
Sono queste le dimensioni e le complessità dei drammi che stiamo vivendo, sommate alle conseguenze del cambiamento climatico, alla fragilità della sicurezza alimentare globale, alle morti che potrebbero essere evitate se esistessero reti sanitarie e assistenziali più capillari. Vengono infatti censiti 120 Paesi nel mondo in preda a un qualche tipo di conflitto, dall’insicurezza dovuta al potere dei narcotrafficanti alla guerra senza freni.
Ma come viene percepita dall’opinione pubblica una situazione così a fosche tinte? I conflitti diventano capaci di mobilitare le coscienze, le piazze e la politica se rientrano in determinate categorie sedimentate nel tempo. Ad esempio, i conflitti che coinvolgono popolazioni africane raramente interessano sia all’opinione pubblica sia al mondo dell’informazione. È come se ci si “aspettassi” che in Africa si muoia per fame o per guerra. Un occidentale scomparso in qualche Paese dittatoriale vale più di mille cittadini di quel Paese desaparecidos. I conflitti che coinvolgono la Russia diventano invece divisivi perché, incredibilmente, ci sono simpatizzanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che coincidono nel sostenere Mosca a prescindere, mentre chi richiama il diritto internazionale viene spesso travolto da campagne di odio online.
Ci sono infine conflitti che coinvolgono gli Stati Uniti o Israele, e sono quelli che mobilitano più facilmente coscienze e piazze. Un vecchio riflesso ereditato dalla Guerra Fredda e dalla lotta antimperialista che rende, al netto delle sacrosante ragioni, “sentito” il genocidio a Gaza e invece “estraneo” il massacro in corso in Sudan. Nel primo caso ci sono di mezzo Israele e gli USA; nel secondo si massacrano tra loro persone della stessa nazionalità, anche se dietro i contendenti ci sono l’Arabia Saudita, i Paesi del Golfo e la Turchia. Sul blocco navale che potrebbe diventare un’aggressione al Venezuela, invece, cala il silenzio perché, pur trattandosi di un’azione statunitense in chiara violazione del diritto internazionale, il regime di Maduro è indifendibile e passa il principio che la cosiddetta “lotta al narcotraffico” possa giustificare blocchi, embarghi e azioni militari unilaterali.
Ci sono poi altre violazioni non meno gravi, diventate invisibili, come in Afghanistan. Il trattamento riservato alle donne sotto il regime talebano va ben oltre il patriarcato: divieto di studiare, lavorare, accesso a Internet bloccato per impedire perfino le scuole virtuali. È un tentativo sistematico di ridurre metà della popolazione a un’esistenza di reclusione e analfabetismo. Un vero e proprio genocidio culturale di genere, mentre il mondo si concentra sulla correttezza del linguaggio e volta lo sguardo altrove. Più nota invece, perché più “vicina” all’Occidente, la situazione delle donne in Iran o in Arabia Saudita che comunque non impedisce di continuare a fare affari con il regime saudita o degli ayatollah. In un clima globale di restaurazione culturale, i diritti delle donne arretrano ovunque: in un Paese su quattro si registrano regressioni e i femminicidi aumentano. In Italia ad esempio, dagli anni Novanta gli omicidi complessivi sono in calo, ma quelli contro le donne restano un dato costante.
Come benzina sul fuoco per future tragedie, ovunque sta aumentando la spesa per le armi. Non soldi per lo sviluppo, per l’educazione, per la sanità, ma per la guerra. Con ricadute immediate dove ci sono conflitti latenti, come al confine tra l’India e il Pakistan, tra la Tailandia e la Cambogia, tra lo Yemen e l’Arabia Saudita.
La svolta militarista sta ridisegnando i bilanci pubblici e fotografa un mondo che sta sfuggendo dalle nostre mani per tornare, come nei peggiori momenti del passato, a quelle dei militari e degli autocrati. I ruoli sono però invertiti: oggi una delle potenze più aggressive sono gli Stati Uniti, alfieri del mondo occidentale, mentre ciò che è diventato il collante dei rapporti tra i Paesi che una volta chiamavamo del Terzo Mondo è soprattutto l’economia degli scambi, nella quale la Cina è senza dubbio al centro del mondo. Per questo motivo Pechino rifiuta l’uso degli eserciti, rilancia il multilateralismo, si offre per mediare ovunque basta che nessuno tocchi il tema dei diritti umani a casa loro.
Intanto il neoimperialismo statunitense, forse l’ultimo del secolo, fa sì che Washington si scontri con i suoi alleati storici: ne lede gli interessi, mette in dubbio legami consolidati come quello tra i Paesi della NATO, si allontana dall’Europa e quindi dall’Occidente. Tutto nasce da dall’ubriacatura che deriva dal possedere il più grande esercito della storia. Ma nel mondo del XXI secolo non bastano le cannoniere: ci vuole molto di più. Bisogna mettere in campo una politica lungimirante, potenza economica e chiavi di interpretazione aggiornate. Tutte capacità imprescindibili per governare il futuro, ma che a Washington al momento non esistono.
Il mondo in fiamme dei nostri giorni ha bisogno di chi si faccia carico di ricostruire rapporti basati sull’interesse reciproco e non sulla forza. Il doppio standard sulla violazione dei diritti non è più ammissibile. Una violazione dei diritti delle persone non può essere valutata in base alle simpatie o antipatie personali. Bisogna ritrovare il bandolo della matassa collegando tutte le situazioni di frattura tra Paesi, tra generi o tra comunità in una visione globale, perché la parola chiave dei nostri tempi è l’interdipendenza.
Il modello dell’economia multinazionale, il peso smisurato del comparto dell’energia fossile, l’industria delle armi e dei farmaci, lo sfruttamento delle materie prime strategiche, il controllo del cibo e dell’acqua sono tutti capitoli dello stesso copione. E, scendendo nella politica, il peso crescente dei fondamentalismi religiosi (musulmani, ebraici, induisti, buddisti e cristiani), il ritorno del nazionalismo aggressivo, dell’imperialismo e delle ideologie totalitarie e xenofobe si fanno sempre più presenti in tutto il mondo. Incrociando queste due dimensioni si riesce a collegarne le conseguenze criminali: conflitti, torture, soprusi, violazioni dei diritti, guerre.
Sono molte le sfide da affrontare per tentare di contrastare questo stato di cose, e una cruciale riguarda l’informazione, che oggi veicola più notizie false o tendenziose che fatti. Internet è uno degli scenari più caldi dei conflitti globali. Sui social si combatte a colpi di disinformazione, fake news, odio seriale, mistificazioni, falsità assortite, con l’ausilio dell’IA. Occupare spazio informativo, produrre notizie veritiere, utilizzare fonti affidabili, creare circuiti di lettori consapevoli diventa vitale per capire e, di conseguenza, per agire, nella consapevolezza che il singolo conflitto o la singola violazione vanno sempre inseriti in un quadro generale. Nessun conflitto “vale” più di un altro, nessun conflitto può essere letto separatamente dal contesto generale.
La semplificazione tipica dei social ha messo in crisi il pensiero analitico della complessità. E quando si rifugge dalla complessità per rifugiarsi negli slogan, alla fine si fa il gioco di chi non teme né i cortei né l’indignazione online. Papa Francesco diceva sempre: “Siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo”. Una bella frase a effetto che rispecchia un pensiero complesso. Bisogna sempre capire le ragioni dell’altro, anche quando a priori sembrano lontane dal proprio sentire. Per avere sempre chiaro perché si sceglie da che parte stare bisogna conoscere, ascoltare, discernere e soprattutto chiudere a chiave, in un cassetto, slogan e tifo.

